
Vicenza, 10 giugno 1848
Di fronte all’inattività in cui l’armata di Carlo Alberto persisteva ormai da tempo, il feldmaresciallo Radetzky ai primi di giugno aveva fatto convergere le proprie forze su Vicenza, ancora in mano agli insorti locali ed al Corpo d’Armata pontificio guidato dal gen. Giovanni Durando. Radetzky aveva tratto utili elementi dall’insuccesso nell’attacco alla città berica di due settimane prima: il grosso dell’armata imperiale (forte di circa trentamila uomini) si era avvicinato a Vicenza da Sud (per la precisione da Montagnana), in modo da poter bloccare l’eventuale invio di rinforzi ai ribelli da parte della guarnigione di Padova tramite la ferrovia; in secondo luogo, lo sforzo principale degli Austriaci non si sarebbe rivolto contro gli accessi al centro della città (com’era accaduto a fine maggio), ma in direzione delle alture poste immediatamente a sud della stessa, in particolare Monte Berico.
Che il Berico e i rilievi vicini fossero la chiave della difesa di Vicenza non era sfuggito al Durando, che aveva impiegato i propri uomini nella costruzione di fortificazioni e sbarramenti proprio in quel settore, alla cui difesa aveva poi destinato un terzo delle forze disponibili (attorno ai quattromila uomini; l’armata di Durando ammontava a circa undicimila unità).
La mattina del 10 giugno l’attacco austriaco investe per primi proprio questi capisaldi, mentre contro le difese orientali della città inizia a mezzogiorno l’intenso bombardamento destinato a proseguire per il resto della giornata. La pressione austriaca su Monte Berico e sul settore orientale (duri scontri si verificano, in particolare, alla barricate di Porta Padova e Porta Santa Lucia) impedisce a Durando di difendere adeguatamente il centro del proprio schieramento, delimitato ad ovest dal Berico e ad est dal letto del fiume Bacchiglione. E proprio qui viene decisa la battaglia: nel pomeriggio, dopo aver conquistato Villa Capra (“La Rotonda”), gli Austriaci avanzano verso Porta Monte e la stazione ferroviaria. Monte Berico, ormai aggirato e sul punto di essere isolato dalla città, deve essere abbandonato dai difensori, mentre gli Imperiali vi piazzano diciannove cannoni, che in breve si uniscono al bombardamento di Vicenza, ormai di fatto indifendibile.
A Durando non rimane che la resa: alle 19:00, dopo l’esposizione di una grande bandiera bianca sulla Torre Bissara (in Piazza dei Signori, adiacente alla Basilica palladiana) fa diffondere un breve proclama in cui indica come inevitabile la capitolazione.
Nella notte hanno luogo le trattative tra il comando italiano e, per conto del Radetzky, il gen. Hess. Ai Pontifici viene concesso di poter lasciare la città con l’onore delle armi, impegnandosi però a ritirarsi oltre il Po e a non partecipare al conflitto per un periodo di tre mesi. Il giorno dopo Durando avrebbe abbandonato Vicenza, la cui caduta sarebbe stata a breve seguita dal ritorno di Padova e Treviso in mano austriaca.
Alessandro Vischio
Letture consigliate
KOZLOVIC Andrea, Immagini del Risorgimento vicentino, Schio (VI), Pasqualotto, 1982.
PIERI Piero, Dal Risorgimento alla Grande Guerra, tomo primo, Milano, Il Giornale, 2018.
Consultare anche la pagina ‘Fonti e bibliografia’.
L’immagine

La chiesa del santuario della Madonna di Monte Berico, teatro di durissimi combattimenti nell’ultima fase dello scontro. Foto dell’autore. In primo piano è visibile il monumento ossario ai caduti austriaci nella battaglia del 10 giugno 1848, inaugurato alla presenza dell’Imperatore Francesco Giuseppe nel 1862. L’attuale Piazzale della Vittoria, posto di fronte alla chiesa, ospita il monumento eretto successivamente (1871) in onore dei caduti italiani (seguendo questo collegamento è possibile vedere alcune immagini d’epoca dei due monumenti).
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